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Un tempo il Tobià - dal latino tabulatum - (fienile), con i suoi grossi travi di legno, era sinonimo di sicurezza e abbondanza, struttura indispensabile nella magra vita agropastorale. Nella parte inferiore, quasi sempre in muratura, era spesso accorpata la stalla. Spesso era più grande dell’abitazione e fungeva da magazzino per gli attrezzi agricoli, da legnaia e da granaio.

Perché una festa all’interno dei tobié? Perché rappresentano “il segno residuo ma ancora tangibile dell’anima di un popolo che ha colonizzato la montagna, rendendola abitabile, produttiva: la testimonianza materiale di un rapporto tra natura e cultura costruito su equilibri secolari, oggi incrinato, sommerso da nuove incontenibili forze che orientano la società verso altri modelli di sviluppo” (da una citazione del dr. Fabio Chiocchetti, direttore dell’Istituto Culturale Ladino, tratta dal libro “Fassa Montagna che scompare” di Damiano Magugliani).

I Tobié sono tutto questo. Rappresentano la nostra memoria storica. Un passo a ritroso nel tempo che Canazei ha la grande fortuna di poter fare, poiché conserva al suo interno ancora intatti questi antichi nuclei abitativi, e che tutti noi abbiamo la possibilità di vivere in maniera concreta in questi tre giorni. 

Il nostro auspicio è che i tobié continuino ad avere lunga vita, perché l’eventuale scomparsa di questa grande testimonianza segnerebbe una malinconica sconfitta delle nostre radici.

L'addetto stampa
Giorgio Pedron

   
   foto Fassa Media Comunicazioni www.fassanews.com